martedì 15 febbraio 2011

OCCHI DI MISSIONARIO

Occhi feriti

Siamo tornati da Paesi lontani con gli occhi feriti da quanto abbiamo visto e vissuto nel SUD del mondo. I nostri occhi sono stati feriti da situazioni di ingiustizia, povertà, guerra e allo stesso tempo da volti e storie che ci hanno attraversato e segnato per sempre.

Con questi occhi feriti di missionari ci troviamo nel nostro Paese, che ci ha generato alla fede, da cui siamo inviati e nel quale torniamo, per ripartire.

Siamo feriti da quello che i nostri occhi vedono QUI, nel nostro Paese. In alcune lettere precedenti abbiamo fatto osservare il disagio che ci accompagna. Parlavamo di un 'virus' che sembra aver infettato gli occhi e il cuore di buona parte del Paese. Il clima di crescente 'razzismo', xenofobia, esclusione e criminalizzazione degli stranieri sono alcuni dei sintomi di questa infermità sociale.

Ci sentiamo profondamente feriti da una classe politica che ha da tempo scelto di svilire lo spirito della Costituzione e ha posto il Mercato come unico orizzonte della politica. Da tempo si vende e si compra tutto, voti, parlamentari, corpi e soprattutto la dignità del popolo.Occhi traditi

Non siamo ingenui e gli anni di permanenza altrove ci hanno insegnato, tra l'altro, quanto la realtà sia complessa e quanto ogni semplificazione possa dare adito a facili quanto inutili moralismi. I nostri occhi si sentono traditi, esattamente come noi e soprattutto quelli della povera gente. Traditi nelle speranze che abbiamo condiviso e raccolto, come dono prezioso, nei Paesi nei quali vivere è ancora la sfida più grande. Ritroviamo qui i volti di coloro che abbiamo incontrato altrove. Sono volti traditi. Traditi da leggi che riducono chi arriva a merce di scambio o a semplici 'ostaggi' per l'economia di questo Paese.

Traditi da scelte che contrabbandano missioni di guerra per pace e da funerali di stato che censurano le morti sul lavoro (circa tre ogni giorno...), o da scelte politiche che riducono i contributi per i servizi lasciando inalterati i fondi per gli armamenti. Traditi dai privilegi che vedono i potenti di sempre prevalere nelle priorità dei finanziamenti.

Ci sentiamo traditi da buona parte della gerarchia della Chiesa di questo Paese, che ha da tempo abdicato lo spirito di onestà e di profezia nella lettura e nel discernimento della situazione sociale ed ecclesiale. Una Chiesa, la nostra, che sembra vivere all'ombra del potere e di questo di fa scudo e che consapevolmente o meno, giustifica e aiuta a perpetuare. Ci sentiamo traditi da molte delle comunità cristiane e movimenti, non raramente fertile terreno per il presente stato di cose, da cui sembrano trarre qualche beneficio. Ostaggi anch'esse dell'uso e abuso di una ambigua 'identità cristiana' che non è altro che una maschera per conservare rapporti di dominazione e di potere.

Nelle nostre stesse comunità missionarie, ci si domanda con quale giustificazione etica, riescono a prosperare idee ed tradimenti che non si giustificano da chi ha vissuto per anni con e nel SUD del mondo. Rendere invisibili e giustificare le ingiustizie è un tradimento.

 

 

 

 

1Occhi liberi

Ci piacerebbe tornassero liberi i nostri occhi e il nostro sguardo. Liberi di guardare la realtà con onestà e osare dire quel pezzo di verità che ci sembra di raccogliere. Liberi di denunciare le menzogne di chi in questi anni ha trasformato il bene comune e la politica in un neo-feudalesimo da basso impero. Occhi liberi di raccontare un altro mondo possibile senza scendere a compromesi con chi detiene il potere economico, i 'datori di lavoro' e gli elemosinieri della Chiesa. Occhi resi liberi dalla semplicità di vita e dalla povertà dei mezzi e di stile, che anche il Vaticano secondo ricorda (LG.n°8), oltre gli orpelli di una liturgia che ha divorziato dalla vita, di cene con i potenti e di inviti che fanno solo vergogna ed offendono i poveri.

Occhi liberi di non avere paura di perdere privilegi, finanziamenti, seggi e neppure valori non negoziabili. Liberi di non accettare di puntellare con una religione civile i vuoti di una società fondata sull'orgia del consumo.

Occhi liberi di riconoscere gli errori e di chiedere perdono per le complicità e le omertà di questi anni. Occhi liberi di guardare negli occhi senza dover abbassare lo sguardo per la vergogna di vivere in questo Paese che continua a fabbricare e vendere armi e menzogne.Occhi bagnati

Sono le lacrime dei poveri che puliscono gli occhi e li rendono capaci di guardare con trasparenza il mondo. Sono gli occhi che i poveri ci hanno regalato e che teniamo come il tesoro più prezioso della vita. Occhi bagnati di risurrezione che si trova solo nei sottosuoli della storia e nelle storie.

Sono occhi così che da missionari, vorremmo poter testimoniare. Occhi che sanno intercettare le speranze che solo nella sofferenza si rigenerano. Gli occhi di chi ancora oggi è perseguitato a motivo della fede e del proprio impegno per la giustizia e verità. Occhi bagnati dalla risurrezione che solo i santi, i poeti e i folli sanno indovinare nelle oscurità e le ambiguità della storia.

Sono questi gli occhi che vorremmo custodire per raccogliere i frammenti di umanità nascosti e seppelliti troppo spesso tra i rifiuti della società. La risurrezione accade solo il terzo giorno, quando si esce dalle tombe della paura e l'ipocrisia....'Che ne sarebbe allora dei perdenti, delle vittime della storia, delle loro sofferenze e del loro grido?

Chi renderà eloquente il loro dolore?Chi narrerà loro, e in che maniera, la speranza cristiana come non alienante?..(Bianchi, E., Leggere la storia come salvezza, Parola Spirito e Vita, EDB, 2003)

 

Mauro Armanino. Genova, gennaio 2011.

sabato 12 febbraio 2011

QUANDO ERA ANCORA LONTANO

Ogni epoca e cultura fabbricano sguardi a propria immagine e somiglianza. Ogni epoca e storia generano anche le proprie cecità. Imparare a vedere con i propri occhi è una delle condizioni per trasformare il mondo. Solo occhi trasformati, inumiditi dalla tenerezza dello Spirito rinnovano la lettura dei volti e degli avvenimenti, personali e collettivi.

Questo tempo potrebbe essere interpretato come un'occasione per rimettere in discussione il nostro modo di guardare il mondo e dunque di guardare Dio.

Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò...(Lc.22,61)

Tutto nasce da uno sguardo. All'inizio c'è uno sguardo che ci precede, che ci chiama e ci interroga.Uno sguardo che ha il sapore antico di un incontro che mai avremmo dovuto dimenticare.

Eppue lo sappiamo, la dimenticanza ci pedina e ci assedia. Si trova alla radice di ogni tradimento.Anzi incarna il tradimento stesso nel tempo e nello spazio.

Il Signore si volta, perché prima c'era una storia di amicizia e di promesse mantenute. C'è stato un passato che ha da dire qualcosa al presente.

E allora Pietro si ricordò. La memoria di questo vissuto riemerge dalle frammentate emozioni del passato. Uno sguardo che provoca a ricordare per tornare a sperare.

. Quali le 'dimenticanze' più marcanti nella nostra società e nelle nostre comunità?

. Che tipo di sguardo 'fissiamo' su chi ci sta accanto?

. Come educarsi a 'fare memoria' senza cadere nella trappola del passato?

Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite 'arriva la pioggia' e così accade.(Lc.12,54)

Fatichiamo oggi a leggere i segni di tempi perché continuamo a fidarci degli stessi occhi secchi di sempre. Le stesse categorie di giudizio, gli stessi parametri, le stesse parole. La politica ha bisogno della profezia e la profezia ha bisogno della politica. La lettura del 'tempo dei segni' necessita di un buon stenditoio da bucato e di semplici mollette. Imparare di nuovo a mettere le cose in modo che abbiano un significato, una storia, una consistenza, un futuro. Magari arriva la pioggia. E allora

'stendere i panni' è un gesto sovversivo. E' una sfida alla privatizzazione del pensiero e della vita. E'il rischio che ogni nuova scuola di profeti dovrebbe imparare a correre.

. Come aiutarsi a leggere i 'segni dei tempi'?

. Quali i 'segni' che ci sembrano particolarmente eloquenti oggi in comunità e nella società?

. Di che sono 'segno' le nostre comunità?

Guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori. (Mc.3,5)

Forse si parla di me. Si parla di noi, oggi, di questo nostro tempo di mercanti e di disertori. C'è da rattristarsi per quanto accade nello svilimento della politica e nella perversità dell'economia. Eppure c'è più necessità ancora di indignarsi, seppure questa parola conservi molto poco dell'originario splendore, e non fosse stata, nel frattempo, resa inoffensiva.

La durezza dei cuori non è tanto un giudizio di tipo etico, legato dunque a comportamenti più o meno 'morali', quanto un giudizio di tipo 'teologico' e cioè riferito al'idolatria del tempo.

Tutto è mercato e il mercato è tutto, spesso anche nella Chiesa e non di rado nelle quotidiane scelte delle nostre comunità. Dolore e indignazione camminano insieme con la durezza di cuore che sembra aver colonizzato gli occhi e le parole. 'Consumo e dunque sono', appaiono gli argomenti principali delle scelte da non mettere in discussione.

 

. Cosa è in grado di 'indignarci', come singoli e come comunità?

. Quali le realtà 'dell'antiregno' che vediamo all'opera?

. Quali le scelte che facilitano o ostacolano lo sguardo del vangelo?

Quando era ancora lontano il padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. (Lc.15,20)

E' perché siamo lontani che il padre vede e ha compassione. E' perché è padre che guarda da lontano. Vede ed ha compassione. Con lo sguardo e con i vestiti laceri del viaggio e dei respingimenti e dei campi di detenzione e delle strade delle schiavitù e dei ritorni. Arrivati da lontano oppure semplicemente lontani. Per questo ci si corre incontro con compassione. Ci si abbraccia come fosse la prima e l'unica volta. E ci si bacia come forse solo i padri sanno fare quando piangono come fossero madri oppure amanti.

Eravamo ancora lontani. Lontani da casa, dall'altro mondo possibile, dalla nostra umanità. Lontani dal volto e dunque degni di uno sguardo di padre che somiglia a quello di una madre che attende anni il ritorno a casa. Finché il figlio non appare all'improvviso. Come la prima volta. Gli corre incontro. Come un padre.

. Chi sono coloro che chiamiamo 'lontani' oggi, nella comunità e nella società?

. Come poter esprimere la compassione con chi arriva da lontano?

. Qual'è la qualità delle nostre relazioni umane? Quanto ci lasciamo trasformare da esse?

 

mauro armanino, febbraio 2011, genova-vigne.

venerdì 11 febbraio 2011

Isoke e le ragazze di Benin City

All'inizio c'è la sofferenza. Da questa dovremmo partire e poi sempre tornare. All'inizio ci sono dei nomi, finti per la maggior parte e dei numeri di telefono. All'inizio ci sono storie e volti. All'inizio ci sono sogni, infranti. All'inizio c'è la luna e i falò, a Torino come in val Polcevera a Genova.

All'inizio ci sono gli OCCHI, i nostri, che non sanno riconoscere tutta quella violenza.

Per questo ci troviamo qui stasera, con Isoke, per rimparare a vedere questa violenza. Non è l'unico ma è il primo passo. Essenziale.

E poi c'è una CATENA. Che ha tanti anelli, come il libro 'Schiave', ci ricorda. Le ragazze, colpite più facilmente, perché di questa catena sono l'anello più debole. Catena e anelli che, come uno specchio, rivelano molto dei meccanismi della nostra società. Dimmi che consumi, dimmi cosa commerci e ti dirò chi sei. Commerciamo o siamo 'spettatori' di questo commercio umano.

Un business da 32 miliardi di dollari, uno dei più grandi del commercio mondiale. In Italia sono circa 50-70 mila le ragazze, donne trafficate e molte di esse 'prostituite'. Gli anelli della catena iniziano lontano, altrove, tra le corruzioni e le povertà di uno stato ricco, la Nigeria, nel nostro caso. E poi passano attraverso altre filiere, fino a qui. Fino ai commercianti umani. Fino a chi affitta i locali. Fino ai 'clienti'. Fino agli 'spettatori'. I 'bystanders'.Alla rapina di futuro e alla straordinaria violenza che lo accompagna.

Ripartiamo da qui. Da una parola di verità, che come dice Isoke, non ha bisogno di tanta 'istruzione' per essere detta. Per questo chi traffica la teme. Ed è questo un secondo motivo del nostro essere qui. L'ascolto di una parola di verità che smascheri, anche per noi, spettatori, la violenza che porta il nome di schiavitù. Isoke dice, nel suo libro 'Le ragazze di Benin City, che la prostituzione è 'uno stupro pagato'...E per questo siamo qui stasera. Anche questa è una parola di verità. E siamo qui per credere, come ci ricorda ancora il World Social Forum di Dakar, iniziato qualche giorno fa che...'un altro mondo è possibile'.

Mauro Armanino

 

 

Isoke

Manca l'attenzione. Siamo distratti. Questa violenza passa inosservata. Perché la schivitù non è terminata. E' solo più moderna. Sulle strade e sul lavoro. Sulle donne in particolare. Circa 500 ragazze nigeriane hanno perso la vita, uccise per vari motivi, in Italia in questi ultimi 10 anni. In un Paese, la Nigeria dove ci sono tanti poveri ma anche tanti ricchi. E qui, come là, la persona non esiste. Si arriva qui e qui arriva la condanna. CHI PAGA HA TUTTI I DIRITTI. Solo la donna di diritti non ne ha. Se non quello di finire, a volte, deportata. Oppure di essere costretta ad abortire, spesso, in casa e di tornare in fretta sulla strada.

E chi si ribella spesso finisce male. Io stessa sono stata in coma per tre giorni. Colpita al capo e col rischio di perdere l'uso di un occhio...Tanta è la violenza e non la vediamo.

'...ho chiuso gli occhi e dentro di me non è possibile. Quando mai finirà questa storia. Quanti anni, quanto dolore, quante morti ci vorranno ancora, prima che la Nigeria smetta di mandare al macello le sue figlie'...(Isoke, Le ragazze di Benin City).

 

E' falso parlare della tratta e metterla sotto il capitolo 'prostituzione'...Le donne sfruttate degli anni '90 sono coloro che sfruttano oggi il processo di sfruttamento. Difficile combattere la tratta perché non è capita. La si 'combatte' come problema di 'ordine pubblico', di 'decoro', o di 'spostare il problema più in là'...! Ma aiutare NON significa 'spostare il problema' più in là. Per questo dicevo, con l'aiuto della persona con la quale abbiamo scritto il libro, Laura Maragnani, che il rapporto di prostituzione è come uno 'stupro pagato'...!

...'Ecco perché per i trafficanti la mia testimonianza è pericolosa:perché dico la verità. Non c'è bisogno di essere degli intellettuali, degli esperti, degli studiosi, per dire la verità. Io la dico da ragazza che non ha studiato, che in Nigeria non ha potuto studiare, perché la famiglia non poteva permettermelo'...(Lettera di Isoke a Combonifem)

Il Mercato continua. Che cosa proponiamo?Se pensiamo che questa sia una SCELTA non sarebbe neppure il caso di parlarne. Ma se sono libere..perché devono morire? Infatti sono almeno 500 le ragazze nigeriane UCCISE in questi dieci anni in Italia. C'è un pezzo di Nigeria in Italia e c'è un pezzo di Italia in Nigeria. Ci sono gli 'Italos'. Commercianti umani che promettono l'Italia a tante ragazze che non vedono altro futuro nella loro vita. Questo poi si treasforma in ricatto per loro e la famiglia. Diventano un investimento per la famiglia, sacrificate per il successo economico della famiglia. Vendute ad un pezzo di marcipiede o messe in un CIE per mancanza di documenti. Solo un problema di PULIZIA....Esistono solo per il mercato.

Isolare chi traffica è necessario. Come isolare chi è mafioso. Dare autonomia non è solo dare un documento. Ma ridare la dignità a chi è stata resa oggetto, semplice e solo oggetto di consumo.

A volte la famiglia delle ragazze non sa quello che le figlie scelgono. Lo sapranno più tardi quando anch'esse, come le ragazze, saranno ricattate! Le mafie collaborano tra loro. Quelle italiane con quelle nigeriane. Spesso, per loro, andare al dispensario è l'ultima 'spiaggia' per molte e si capisce che, senza essere state educate a comunicare, la loro reazione è di paura, chiusura e diffidenza. E' problematico creare un rapporto umano con loro. E' necessario tempo, pazienza e la creazione di un clima propizio. Purtroppo quando queste ragazze arrivano entrano subito in questo processo di riduzione a oggetto. E anche per le nigeriane sembra che nella società italiana si sia 'creato' solo questo ambito. Non è così in altri Paesi!

Ricordo, quando mi trovavo sulla strada, quando una signora mi ha salutato chiedendomi come ni sentivo. Mi ha fatto un immenso piacere! Mi ha fatto sentire che c'era ancora un futuro davanti a me. Essere salutate significa non essere condannate...

Alcune proposte anche operative

. Conoscere e prendere coscienza del fenomeno della tratta e della violenza insita in essa.

. Cercare di creare relazioni umane, per quanto possibile.

. In una rete di sostegno.

. Interazioni e 'adozioni', da parte di comuni cittadini, famiglie e non, in grado di accompagnare le ragazze, dare informazioni, favorire contatti con le reti di sostegno, aiutare per le pratiche burocratiche...

. Contribuire a ricreare condizioni per una visione diversa del ruolo e degli spazi sociali per i nigeriani/e.

. Per i 'clienti', anche grazie al contributo di Claudio, compagno di Isoke, sono nate reti di 'autocoscienza maschile' e 'maschile plurale', con lo scopo di facilitare un'autocoscienza maschile e far sì che i 'clienti' possano diventare una 'risorsa' per le ragazze.

 

 

 

PS. Esistono reti di sotegno e accompagnamento che si avvalgono dell'art.18 della legge sull'immigrazione e che prevede, tra l'altro, la possibilità di ottenere i documenti per le ragazze che denunciano e rinunciano all'esercizio della prostituzione. A Genova in particolare c'è il progetto del Comune, 'Sunrise', che opera da vari anni e che ha permesso di accompagnare 'l'uscita' dalla tratta per circa 1318 persone, quasi cento l'anno. Pochi sono stati i casi di fallimento del progetto. Per 18 mesi le ragazze vengono accompagnate per un graduale processo di autonomia.(vedi l'intervento di Maria Rosa Scala e Angelo del Bene)

Anche la Provincia ha un progetto analogo chiamato 'Oltre la strada'. Sulla stessa linea ma con modalità di intervento diversa è l'Associazione 'Papa Giovanni XXIII', che pratica un'accoglienza nelle case stesse dei membri dell' Associazione.

 

...Mia sorella l'ho salvata, e lei adesso sta salvando le sue amiche. Dice: non partite. Dice: in Italia succede questo. Ogni volta che ci penso le mie spalle diventano più leggere. Penso: ho fatto proprio quello che avrebbe fatto una madre. Ovhoweyemé è morta, ma io no. Sono viva. Sono qui. Io. Isoke. Mi guardo allo specchio e mi accorgo che, di giorno in giorno, assomiglio sempre più a mia madre. E' strano; e ne sono molto contenta. Mi guardo, e la vedo che mi guarda. Puoi essere orgogliosa di me, le dico, nonostante tutto. (Isoke, Le ragazze di Benin City).

 

 

PSS. Bibliografia essenziale

.Maragnani-Isoke, Le ragazze di Benin City, Milano, Melampo, 2007.

.Pozzi-Bonelli, Schiave, vendute, prostituite, usate, gettate, donne, Milano, San Paolo, 2010.

.Petré-Grenouilleau, La tratta degli schiavi, Bo, Il Mulino, 2006

lunedì 17 maggio 2010

Solo chi ha pianto può ridere bene.

Me lo diceva Ali proprio stasera. Seduto sulla scaletta di ferro esterna in via Gagliardo 2. Casa di accoglienza per richiedenti asilo. Ali è Palestinese di Gaza e sua madre con i fratellini vivono in Egitto. Lui abita qui da alcuni mesi ed è a tratti scoraggiato dalle menzogne. Mi ha chiesto che cosa ho imparato di bello dagli anni che ho vissuto da straniero lontano. Lui da sua padre ha imparato che senza prima aver pianto non si può ridere bene. Questo gli basta per continuare a sperare.

Anch’io ho imparato lo stesso parlando con due Eritrei ospiti della casa. Entrambi militari ed imprigionati prima di rischiare Lampedusa. Umiliati, derubati e minacciati durante il soggiorno di alcuni mesi in Libia. Altri come loro non sono arrivati mai ad attraversare il deserto.

Idrissa è scappato dal Burkina Faso perché minacciato di morte per motivi politici. Si imbarca dal porto di Abidjan in Costa d’Avorio ed approda a Genova. Chiede a qualcuno in quale Paese si trova e poi alla Questura gli danno il permesso per motivi umanitari. Da rinnovare dopo 6 mesi mentre sua moglie e i due figli si trovano al Paese. Lui ha ora 34 anni.

Maximo Saliba è morto un paio di giorni fa nelle Filippine. Sua sorella in Italia da 7 anni lavora come collaboratrice domestica. Da quando è partita che vede suo figlio attraverso lo schermo del computer. Non poteva partire perché senza il permesso di soggiorno. Spera ora di essere legalmente riconosciuta e di tornare ad abbracciare il figlio di 9 anni ed il marito nelle Filippine. Ha chiesto si pregasse per il fratello morto giovane.

In mattinata ero in Corso Buenos Aires per visitare una signora Peruviana appena tornata da un viaggio al Paese. Ospite di una famiglia originaria di Cuzco antica capitale dell’impero Inca.

Sul cammino ho salutato un nigeriano che vorrebbe trovare un lavoro creativo ed un giovane Eritreo che non vedevo da tempo. Ora ha un lavoro per 3 mesi almeno.

Un giovane irakeno mi ha offerto una cioccolata chiedendomi come va la vita.

Solo chi ha pianto può ridere bene.

Mauro Armanino, Genova, Agosto 2009.

sabato 15 maggio 2010

Come testimone la terra e per complice il mare

Pare stessero parlando di caccia. Un gruppo di giovani eritrei accampati all'estremità del molo sopra la chiatta. Tra le navi di crociera che partono ed i panfili ormeggiati accanto.

Per il giorno di festa i ricordi si rincorrono come onde. I giovani usano il cellulare per attraversarle come fosse una scialuppa che le cuce di attese. Le stesse che hanno accompagnato il loro soggiorno in Libia.

Tra la speranza nascosta nella sabbia e nel Dio amico di chi l'ha smarrita.

Lui si chiama Nur che vuol dire luce. Cerca un lavoro per consolare le sue mani ancora indifese. Guarda con gli occhi dall'altra parte del mare.

Yosief è andato a Tel Aviv per salutare la sua sposa. Ha incontrato suo figlio per la prima volta da quando ha lasciato l'Eritrea.

Raccontava al suo ritorno che all'inizio il bimbo aveva paura di lui. Invece piangeva il giorno che doveva tornare a Genova lontano da lui. L'altro muro è fatto di mare e di carta. La perfida e sottile parete dei documenti torna a dividerli.

Letina aspetta si sposarsi e nel frattempo si commuove per sua sorella. Si è sposata ad Asmara l'anno scorso ed abbiamo visto insieme le immagini della cerimonia. Moderno ed antico andavano a braccetto con la musica e le danze eritree.

Ha confessato di aver visto quelle foto tante volte e di aver pianto guardando che sua madre ora invecchia e suo padre che accompagnava la sposa all'altare.

Lacrime di una sorella che si stupisce dei fratelli che diventano grandi e studiano entrambi medicina all'università. Era partita che erano ancora adolescenti. Ora si fanno uomini malgrado la guerra.

Lei intanto assiste una signora anziana ormai da molti anni ed ogni mercoledì aiuta le sorelle di Madre Teresa a Prà che offrono il pranzo dei poveri.

Per il giorno del suo matrimonio verrebbe tornare al Paese. Prenderà come testimone la sua terra e come complice il mare.

 

Mauro Armanino, Genova Vigne, Maggio 2010